Premio “La poesia del 2006”
Scelte le poesie finaliste e segnalate
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La Giuria coordinata da Giacomo Luzzagni (senza espressione di voto) e composta da Claudio Bedussi, Corrado Di Pietro, Angioletta Masiero, Pasquale Matrone, Maria Vittoria Scaramuzza, Stefano Valentini, esaminati in forma anonima i 104 componimenti poetici pervenuti nei termini stabiliti dal bando del concorso riservato agli abbonati di questa rivista, valutati i pareri espressi da ciascun membro su ogni singolo testo, ha designato la rosa di dodici poesie finaliste di seguito elencate senza alcuna preferenza, ma seguendo l'ordine alfabetico degli autori:
Olocausti dimenticati di Mina Antonelli (Gravina - BA)
Cà dla lüm di Arnaldo Colombo (Rovasenda - VC)
Vento in esilio di Leone D'Ambrosio (Latina)
Giorni di Franco Gardin (Venezia Mestre - VE)
è tempo di riposare di Giacomo Giannone (Mazara del Vallo - TP)
Fili di Maria Francesca Giovelli (Caorso - PC)
Fantasmi d'immaginazione di Leonora Leonori Cecina (Firenze)
Quando eravamo giovani di Paolo Longo (Trieste)
Mio padre di Maria Grazia Molinelli (Piacenza)
Parole per un amore di Francesco Sassetto (Venezia)
A Lucio Zinna di Francesca Simonetti (Palermo)
Marina di Tino Traina (Partanna - TP)
La Giuria ha ritenuto quindi meritevoli di segnalazione le 21 poesie dei seguenti autori, che saranno via via pubblicate su questa rivista a partire dal prossimo numero: Arnaldo Baroffio (Busto Arsizio, VA), Nella Campolmi (Firenze), Ciro Carfora (Barra, NA), Antonietta Castelli (Roma), Pietro Catalano (Roma), Camillo Catarozzo (Capaccio Scalo, SA), Iole Chessa-Olivares (Roma), Donatella Chiorboli (Selvazzano, PD), Aminah De Angelis Corsini (Perugia), Maria De Michele (Policoro, MT), Manfredo di Biasio (Fondi, LT), Pasquale Di Stasio (Milano), Franca Fabbri (San Mauro Pascoli, FC), Nerina Guzzi (Lamezia Terme, CZ), Marcello Campo (Trapani), Franca Marianni (Novara), Mario Meola (Caserta), Domenico Novaresio (Carmagnola, TO), Oretta Nutini (Tavarnuzze, FI), Gabriele Ortu (Cagliari), Elio Picardi (Spoleto, PG).
Le dodici poesie finaliste che pubblichiamo di seguito, come da regolamento, vengono ora sottoposte al giudizio dei lettori i quali dovranno esprimere la loro preferenza entro il 10 dicembre 2006 attraverso l'apposita scheda allegata alla rivista. La poesia che avrà ottenuto il maggior numero di consensi sarà proclamata “LA POESIA DEL 2006”.
La Direzione de La Nuova Tribuna Letteraria desidera esprimere vivo apprezzamento per la qualificata partecipazione dei concorrenti e il lodevole impegno della Giuria, che ringrazia sentitamente per il prezioso lavoro svolto. Si ringraziano fin d'ora anche i lettori che avranno la sensibilità di partecipare a questa consultazione, confermando con il loro voto la validità della formula - unica in Italia - di questo Premio che si appresta a bandire la diciassettesima edizione.
OLOCAUSTI DIMENTICATI
Il fuoco ha divorato
l'erba dei campi,
fiaccata la forza dei prodi
con la corda l'angelo
ha tracciato i confini
e muri di cemento si alzano
al silenzi del deserto.
La luna si veste a lutto
quando Gerusalemme
piange i suoi morti
e la notte ferita
scende nel grembo di terra.
Fredde albe si aprono
e il vento trascina
tra i vicoli un lamento,
non sanguina il fiore
stretto nel pugno
al grido che serpeggia nel solco
di olocausti dimenticati
tra le crepe d'asfalto.
Tardano i sogni
a spegnersi nei tramonti
quando i vecchi chiedono
oracoli a cieli di comete.
Diteci se
pescatori di sogni tingeranno
le reti nei colori dell'alba,
se a piedi scalzi il profeta andrà
al pruno che arde sulla montagna,
se lo spade saranno forgiate in vomeri
e le lance in falci,
se i fucili non spegneranno più
le favole negli occhi dei bambini
e se antiche primavere
fioriranno sui campi minati.
Mina Antonelli
Gravina (Ba)
Cà DLA LüM
Passavamo la sera, stretti al camino,
a raccontare storie alla luce del fuoco,
la lucerna, un mondo microscopico,
la gente a far capolino, in crocchio!
Ci sentivamo spersi, fuor dal cascinale,
lillipuziani, sommersi in mare ignoto!
Nella stalla, a sera, tra cullar di culle
e filar di lane, i racconti di storie
[ bizzarre
del 'Camminante', imparate per il mondo,
in giri incessanti, leggende stravaganti
di paesaggi incantati, di elfi ammaestrati,
di pastori a guida, nell'errar vagabondo,
di un gregge sparso nella forra secolare,
nascosto nella savana d'erba paglierina,
storie piene di fascino, tutto da svelare,
come il verde nel prato, sciolta la brina!
Al tocco nella cà dla lüm sparivano
[ le voci,
la lanterna si spegneva, rimasta a secco,
il grand sollevava in braccio il nipote
“Sonnecchi già, tabalôri... va' a letto”!
In piemontese: Cà dla lüm, casa del lume
a petrolio; grand, nonno; tabalôri, ingenuo.
Arnaldo Colombo
Rovasenda (Vc)
VENTO IN ESILIO
Non ho più stagioni da prendere
a prestito per i miei compleanni
e la mia casa dell'infanzia ha nuovi
[ inquilini.
Ancora m'incantano quelle voci
perdute alla finestra
e l'albero in fondo al pozzo
cieco più della notte.
Non era mio quell'impasto
di terra amara di sale
e ora mi spezza il fiato rivederti ortica
crocifissa al reticolato,
abbandonata dalla mia fuga segreta.
Ho un cuore insonne nel tuo abbraccio
mentre un vento in esilio
riempie il mio vuoto,
senza fretta.
Leone D'Ambrosio
Latina
GIORNI
Buttandosi al guado
avrebbero attraversato il fiume
quel migliaio di cavalli
rubati alla campagna.
Il pane che non c'era.
Poi l'arrivo dei carri armati:
sul filo dell'argine si vedevano
solo le bandierine.
Finalmente le caramelle.
E le sigarette in barattoli di metallo verde.
Poi arrivasti tu: al mare
i tuoi capelli
raccolti alla nuca con quello stretto
fazzoletto rosso:
fingendo il taglio di una conchiglia
al piede, con gesto così femminile.
L'ho visto fare ancora:
il bassorilievo
al museo dell'acropoli,
leggero come un disegno.
Eravamo tornati dall'ospedale
ma ora c'era bisogno
di una sacerdotessa
che conoscesae il rito
e favorisse il viaggio:
tu lo sapevi
e con gesto antico
hai stirato il suo vestito
per l'ultima volta.
Franco Gardin
Venezia Mestre (Ve)
E' TEMPO DI RIPOSARE
Ora ritornerò
percorrerò le antiche strade
odorose d'origano e di menta
sentieri rituali
non nobilitati da passaggi
d'uomini famosi,
calpesterò le trazzere
di polvere e d'acquitrino,
la viottola dell'agave
e del biancospino
il tratturo della ferula
e delle giummare,
e seguirò la scia delle serpi
e delle chiocciole
fra le stoppie della "ddisa"
e della "jina",
salirò sui muri di tufo
e inseguirò delle capre
il belato,
mi fermerò allora
all'ombra del fico e dell'azzeruolo
e non vorrò più partire.
Ora è tempo di riposare
seduti sulla pietra di mira
della casamatta diroccata,
è tempo di contare i giorni
passati e quelli rimasti
inchiodati nel silenzio
della mente
che vagola e scintilla,
smarrita ormai l'Orsa
di riferimento.
Giacomo Giannone
Mazara del Vallo (Tp)
FILI
Ancora ripara dal vento
alto, il portico dimenticato
e danzano fili di fieno
colti in un giorno lontano
ai silenzio fugace di un prato.
Ancora riposa di neve
quel dorso di terra in salita,
si è preso di corsa i tuoi giorni
ha reso soltanto una scheggia
perenne, di luce rapita, di vita.
Ma ora sei parte dei viaggio
che segue da sempre un'altra strada
in cerca di un vivido barbaglio
di luce che accende e disseta
ad un passo soltanto dalla meta,
e dal vetro veloce del mio finestrino
appare la tua vigna che dorme
la tua tavola pronta di pane, salame
[ e di vino.
E quando il fischio dell'inverno
percuote più forte la grondaia
respiri fili di fumo,
il tuo passo non pesa
è neve che cade, lenta, sulla ghiaia.
Maria Francesca Giovelli
Caorso (Pc)
FANTASMI D'IMMAGINAZIONE
Quali parole ci saremo detti
nei giorni, tanti, appartenuti a noi
lungo i crinali delle nostre colline
o dell'Elba selvaggia,
a piedi nudi,
nelle calette tiepide al tramonto?
Oserei immaginare, solo immaginare
tra queste nicchie di ricordi assenti
dialoghi infiniti
e d'arabeschi colorati mischiare
le nostre tavolozze per buttar giù
paesaggi d'anima
e poi sentire il timbro della voce
rimbalzare nell'aria,
nel cuore penetrare ed elargire
di te calore e vita.
Padre mio invisibile
solo a foto sbiadite
pongo queste domande.
So che una notte strana
di luna buia
stroncò ai raggi del sole
la forza del risveglio
e nel mistero poi lasciò danzare
solo fantasmi d'immaginazione.
Leonora Leonori Cecina
Firenze
QUANDO ERAVAMO GIOVANI
Quando eravamo giovani ci dicevamo
[ sempre
'Solo la morte ci potrà dividere'.
E subito la morte ci sembrava lontana,
solo un modo di dire, con tutta
[ quella luce intorno
che spargeva la vita. Adesso è sempre
[ più insistente,
ma è lontana ugualmente. Pure negli anni,
come tutti, abbiamo fatto gli esercizi:
immaginarci soli nei luoghi più
[ affollati di ricordi,
nelle stanze della nostra casa, nel dolore,
nella desolazione della sedia vuota,
sapendo che ogni giorno si rinvia
[ quel giorno.
Se la morte fosse solo antica
come quella, serena, di certi cimiteri
quando il sole scalda i fiori sulle pietre
e si fantastica sui nomi, sulle date,
su quelle piccole fotografie sfuocate
che sono state vite con i loro giorni belli,
complicati, indistruttibili,
se fosse solo una parola che sappiamo
di dover ricordare, noi, immersi nel calore
del giorno pieno di colori e voci,
di bevande e cibi di un'altra festa
che passiamo, insieme con i nostri figli
e i loro figli ancora...
Paolo Longo
Trieste
MIO PADRE
Mio padre era mercante di bottoni
sempre partiva con camicie d'alba
unto di sonno e dopobarba
Mio padre con indosso pelle d'ambra
con le mani da principe d'oriente
cavalcava deserti di catrame
Mio padre vendeva allacci coi fori
e guadagnava storie di fiumane
che slegano dagli occhi volti e nomi
Mio padre era il signore della sera
a cui donava fiero arie lontane
voci di abeti che chiamano il mare
Si dilatava la piccola stanza
se masticava parole ed odori
regali i miei capelli uniti ai suoi
Così era mio padre, da bambina
Maria Grazia Molinelli
Piacenza
PAROLE PER UN AMORE
lo non so raccontarti l'estate, non posso
pensarmi diverso da come m'han fatto
le foglie imbrunite d'autunni spazzati
da venti gelati e i passi silenti
nelle notti vuote di voci, i molti volti
incontrati e baciati, poi rapiti nel soffio
incostante delle stagioni passate.
C'è stato, è vero, il calore del vino
[ nei bar affollati
di risa e discorsi, ci sono stati gli amori
e i libri che m'hanno detto la vita
disperato vagare di ciechi senza muro
[ al bastone,
lampo nel bosco di lucciole estive
ridate alla terra bagnata quando cala
la nebbia d'ottobre e le notti si fanno avare
di sogni.
Posso darti soltanto carezze come
[ scialle sdrucito
a coprirti le spalle stancate da tanta bufera,
posso darti parole a scaldare il silenzio
della tua casa deserta di sera, la mia mano
da stringere forte mentre vai
[ per questo labirinto
di calli dove chi è solo si perde
[ o si ferma spaurito.
Posso darti i miei occhi stanchi
[ ma limpidi ancora
di un breve sorriso sul mondo,
i miei occhi così uguali ai tuoi,
il mio abbraccio a ballare ancora una volta
in due,
se tu vuoi.
Francesco Sassetto
Venezia
A LUCIO ZINNA
Quando vivo la mia terra
e ne esploro i meandri perversi
rinasco nel suo mare che è vita,
ma è dopo ogni autunno che anelo
varcare quel ponte
che mi divide dalla terra più amata
quella dell'idioma dove
“dolce il sì suona” ma si resta
legati al ceppo ed alla catena
noi isola persa nel tempo
ascoltando il murmure lento
della pioggia che a tratti
ci porta il sentore della fuga-
ristoro-inerzia-pensiero
impensato o finzione di stupidità
inebriante come un sole d'inverno
che colpisce sbiecamente
uomini e cose dentro la storia
matrigna, solerte soltanto
nel nascondersi per la paura
ancestrale dell'insidia e dell'avventura -
si smemora l'iride nelle fughe
improvvise mentre resta il timore
(o primitivo ricordo?) del sole
che s'insabbi nella linea del mare,
a sera, quando tutti vorremmo,
come orfani della madre terrena,
sicure braccia o certezze -
ma neppure di te poesia del futuro
si delineano sagome chiare, qui
la tragedia si fa effimera
e muore pure la gloria mentre
si resta in vita e fra le sue spire
e per chi fugge non sempre
si fa certa una liberazione:
resterà quel rancido desiderio
di un'antica dimora o di un amore
intravisto fra le maglie degli anni
o chiuso fra le mura del tempo
o abbandonato nel corso d'un fiume
senza foce né estuario,
qui pure le piante mancano
di linfa e frescura, di mano giusta
che di loro si prenda cura.
Francesca Simonetti
Palermo
MARINA
Diverso suona il mare alla scogliera
e contro il molo in questo che finisce
chiarore della luna, al faro spento.
La notte s'allontana,
si sgretola alle luci di lanterne
delle barche agli approdi, delle case
alle voci di lenti
uomini fra gli ormeggi. Sulla riva
crespo dolore il tempo
che senti come un soffio navigare
verso un paese in festa,
un rivolo di luci all'orizzonte
nel sereno di isole e di ali.
E tutto l'altro resta
dentro di sé, si sfalda e si compone
all'onda di risacca, alle maree.
Tino Traina
Partanna (Tp)